Storia, famiglia e autenticità nel cuore della Valle del Tevere
Ci sono case che proteggono una storia, e case che sono una storia.
Villa Taticchi appartiene alla seconda categoria: una dimora che ha attraversato sette secoli, trasformandosi insieme alle famiglie, ai territori e alle epoche che l’hanno abitata.
Il suo cammino inizia nel 1366, quando non era ancora una Villa, ma una torre di guardia affacciata sulla valle del Tevere. La sua funzione era strategica: osservare, avvistare, avvertire. Da quell’unico corpo medievale, essenziale e difensivo, sono nate nel tempo le molte anime che oggi compongono la Villa.
La torre originaria sorgeva sotto il dominio dell’Abbazia di Santa Maria in Val di Ponte, centro spirituale e amministrativo tra i più influenti della zona. Era un avamposto: una sentinella in pietra, incaricata di proteggere la popolazione e mantenere il controllo della valle.
Le sue mura, ancora visibili nell’attuale struttura, rappresentano il primo capitolo di una storia che continua da oltre 650 anni.
La vera svolta avviene intorno al 1860, quando la famiglia Taticchi diventa proprietaria della dimora.
L’acquisizione non è del tutto documentata, ma si pensa che derivi da compensi ricevuti per opere svolte a favore dello Stato Pontificio.
Da quel momento la Villa non è più soltanto un presidio: diventa una residenza estiva, un luogo di incontro, di famiglia, di lavoro agricolo e di vita quotidiana.
Ma com’è cambiata la dimora, nel coro degli anni? La Villa, così come la vediamo oggi, è il risultato di una crescita lenta e affascinante che attraversa i secoli. Tutto nasce nel 1366 con la torre medievale, il nucleo originario attorno al quale si sviluppa l’intera dimora. Nel Cinquecento viene aggiunto il grande salone, ancora oggi uno degli ambienti più iconici; nell’Ottocento arriva la saletta, raccolta e raffinata; e nel 1930, con il matrimonio tra Giuseppe Taticchi e la contessa Maria Fulvia Chiericati, la Villa assume la sua configurazione attuale.
Dal Novecento in poi, la Villa diventa anche sede della famosa azienda agricola Taticchi, punto di riferimento per il territorio.
La casa si riempie di vita: cinque figli crescono tra queste mura, mentre l’intera famiglia porta avanti un’attività intensa e radicata.
È un periodo di grande fermento, fatto di tradizioni, ospitalità, lavoro e memoria familiare.
Tra gli aneddoti più affascinanti c’è il periodo dei concorsi ippici, ispirato dal nonno Anco Marzio Dapas, colonnello e istruttore di equitazione.
Tra il 1988 e il 1996, il centro ippico collegato alla Villa – Il Covone – diventa uno dei più importanti del Centro Italia, ospitando gare internazionali. Un’epoca vivida, ancora presente nel racconto familiare.
Dopo il 1988, con la scomparsa dei nonni, la famiglia decide di dare alla Villa una nuova destinazione: agriturismo, poi ristorante nel 1997.
È qui che emergono due figure fondamentali: Annabella e Cesare, i genitori.
Con la loro gentilezza, il talento per la cucina e l’attitudine naturale all’accoglienza, trasformano la Villa in un luogo amato da ospiti italiani e stranieri. La loro eredità è ancora il cuore pulsante della struttura: un’ospitalità autentica, familiare, mai impersonale.
Tra le stanze della Villa affiorano piccoli tesori che ne raccontano l’anima: il ritratto riprodotto dalla nonna, legato alla figura di John Singer Sargent; gli spartiti originali di Puccini, autografati e consultabili dagli ospiti; arredi e oggetti d’epoca che conservano un’eleganza autentica, mai costruita. Sono memorie preziose, impossibili da trovare in qualunque altra dimora umbra.
Oggi Villa Taticchi accoglie ospiti nel ristorante, nelle camere e negli eventi della sua dimora storica.
La missione è chiara: offrire un’esperienza reale, coerente con ciò che il sito racconta e con ciò che l’ospite troverà al suo arrivo.
Una cucina naturale, una casa elegante ma informale, un giardino che si apre sulla valle del Tevere, una torre medievale che presto accoglierà nuove camere.
Perché qui, tra storia, natura e accoglienza il tempo non si ferma: si trasforma in esperienza.
